Giornali e TV occupano buona parte del loro spazio pressoché quotidianamente a raccontarci quanto il carovita sia insostenibile, quanto i basilari bisogni della nostra esistenza stiano diventando un lusso e quanto si faccia fatica - giovani, meno giovani, single, famiglie e anziani tutti inclusi - a giungere a fine mese.
A Milano, a pieno titolo città stabilmente tra le 5 più care d'Europa, l'effetto è ancor più dilatato: ormai in questa città si paga anche per respirare e a detta di molti (compreso lo stilista Giorgio Armani) non offre chissà cosa ai suoi cittadini in fatto di servizi, di cultura e di divertimento.
Proprio a Milano mi è capitato di andare all'inaugurazione di un noto locale sabato sera: una sorta di "doppio cubo" spoglio di ogni fronzolo - come richiede la moda del momento per essere à la page - e strapieno di gente tanto da non poter muovere un passo. Ogni persona, come me ma a differenza del sottoscritto almeno visibilmente più soddisfatta, per tutto quello ha pagato 22€ (ventidue) per il semplice ingresso e una consumazione di bassa qualità. Fuori dal locale qualcuno diceva che altrimenti di alternative del genere ce ne sono poche e le poche che ci sono sono comunque comparabili. Ci credo poco, ma quand'anche così fosse, ho il timore che il milanese medio, pur di aggregarsi, arriverebbe a pagare anche 30€, per poi lamentarsi dei costi alti e della qualità bassa del servizio. Qualcuno sostiene che è un metodo per tenere lontani da certi posti giovanissimi e casinari: falso, entrambe le categorie erano ben rappresentate.
Per evitare che il fenomeno si estenda di strada ce n'è una sola: fermarsi. E avere il coraggio di dire che piuttosto che un ingresso a costi spropositati è meglio inventarsi qualcosa altrove.
Altrimenti continueremo a pagare sempre troppo, per avere - giustamente, perché così abbiam voluto - troppo poco.
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